"Fonti" - Elena R. Marino

Mi interessa Ivan Illich anche se

CONVIVIALITÀ E LIMITI NATURALI

“Se vogliamo poter dire qualcosa sul mondo futuro, disegnare i contorni di una società a venire che non sia iper-industriale, dobbiamo riconoscere l’esistenza di scale e limiti naturali. Esistono delle soglie che non si possono superare. Infatti, superato il limite, lo strumento da servitore diviene despota. Oltrepassata la soglia, la società diventa scuola, ospedale, prigione e comincia la grande reclusione.”

“Ognuno di noi si definisce nel rapporto con gli altri e con l’ambiente e per la struttura di fondo degli strumenti che utilizza. Questi strumenti si possono ordinare in una serie continua avente a un estremo lo strumento dominante e all’estremo opposto lo strumento conviviale: il passaggio dalla produttività alla convivialità è il passaggio dalla ripetizione della carenza alla spontaneità del dono. [...] Il rapporto industriale è riflesso condizionato, risposta stereotipa dell’individuo ai messaggi emessi da un altro utente, che egli non conoscerà mai, o da un ambiente artificiale, che mai comprenderà; il rapporto conviviale, sempre nuovo, è opera di persone che partecipano alla creazione della vita sociale”.

Ivan Illich, La convivialità, Red edizioni, 1993

IL RESPIRO CONDIVISO

“Il respiro condiviso è il titolo di un brano dell’“Elogio della cospirazione” in cui Ivan Illich parte dal termine latino osculum, che può essere tradotto in italiano con bacio, per arrivare a definire la sua idea di pace e comunità come basi della convivenza civile nella città. Illich ricorda che nella liturgia cristiana del I secolo, osculum assunse una nuova funzione, diventando uno dei due momenti cruciali della celebrazione dell’Eucarestia. La “conspiratio”, il bacio sulla bocca, divenne il gesto liturgico solenne con cui i partecipanti all’azione del culto condividevano il loro respiro o spirito. Esso venne a significare la loro unione nello Spirito Santo, la comunità che prende forma grazie al soffio di Dio. L’altro momento eminente della celebrazione era la “comestio”, la comunione della carne, l’inclusione del credente nel corpo del Verbo incarnato, ma la “communio” era teologicamente collegata alla “conspiratio” che la precedeva. “Conspiratio” divenne l’espressione somatica più forte, chiara e inequivocabile che designava il processo non gerarchico di creazione di uno spirito di fraternità in preparazione della cena unificante. Attraverso l’atto di mangiare, i compagni cospiratori venivano trasformati in un noi, un’assemblea, che in greco si dice ekklesia.

L’autentica idea della pace come ospitalità estesa allo straniero, non può essere compresa senza fare riferimento alla liturgia cristiana in cui la comunità prende forma attraverso il bacio sulla bocca. Tuttavia secondo Ivan Illich, il riferimento alla “conspiratio” è imprescindibile non solo per comprendere gli antecedenti storici della pace nella nostra tradizione, ma anche per comprendere la singolarità storica dello spirito, atmosfera o clima di una città. L’idea europea di pace, che è sinonimo di inclusione somatica di eguali in una comunità, non ha analoghi altrove. La comunità nella nostra tradizione europea non è il prodotto di un atto di fondazione autoritario, non è un dono della natura o delle sue divinità, né il risultato del management, della pianificazione o del design, ma la conseguenza di una cospirazione, un dono reciproco consapevole, somatico e gratuito. Il respiro condiviso è la pace, intesa come la comunità che ha inizio da quell’esperienza.

Secondo Illich la “conspiratio” precede la “conjuratio”, cioè quel giuramento solenne davanti a Dio che stava alla base del contratto sociale nelle città medioevali. Illich sostiene che la città medioevale dell’Europa centrale fu una configurazione storica radicalmente nuova: la “conjuratio conspirativa”, che fece della civiltà urbana europea qualcosa di affatto distinto rispetto agli stili urbani di altre zone. Essa implicava una peculiare tensione dinamica tra l’atmosfera della “conspiratio” e la sua costituzione legale, di tipo contrattuale. Questa “conjuratio” che faceva ricorso a Dio come collante del legame sociale verosimilmente serviva ad assicurare stabilità e continuità all’atmosfera generata dalla “conspiratio” dei cittadini. Nella misura in cui viene pensata avente origine nella “conspiratio”, la città deve la sua esistenza sociale alla “pax”, il respiro condiviso in modo egualitario da tutti.”

(Wikipedia, Ivan Illich)

BISOGNI, ASPETTATIVA E SPERANZA

Ivan Illich, nel suo saggio “Bisogni”,[4] scrive: quella dei bisogni di base può essere considerata l’eredità più insidiosa lasciataci dallo sviluppo.. Secondo Ivan Illich la creazione dei “bisogni di base” ha trasfigurato la natura umana. La trasformazione è avvenuta in un paio di secoli. Certamente in questo periodo la radice è stata quella del mutamento che si chiamasse alle volte progresso, alle volte sviluppo, alle volte crescita. In questo processo secolare la generazione del secondo dopoguerra è stata testimone del passaggio dall’uomo comune all’uomo bisognoso. Oggi, la stragrande maggioranza dei miliardi di persone viventi sul pianeta accetta incondizionatamente la propria condizione umana di dipendenza dai beni e dai servizi, una dipendenza chiamata bisogno. Il movimento storico occidentale, sotto il vessillo dell’evoluzione-progresso-crescita-sviluppo, ha fissato poi quali dovessero essere i bisogni e gli standard di vita dell’umanità. Con la creazione delle soglie di povertà e degli standard minimi accettabili entro cui le persone dovrebbero vivere, l’umanità poteva ora venire divisa tra chi sta sopra e chi sta sotto uno standard misurabile e in secondo luogo, un nuovo genere di burocrazia veniva insediato per stabilire i criteri di ciò che era accettabile e ciò che non lo era. Il primo degli strumenti che vennero creati per stabilire questo standard fu chiamato Prodotto Interno Lordo. A partire dal 1970, nel linguaggio pubblico, la povertà comincia ad assumere una nuova connotazione, vale a dire quella di soglia economica. Questo fatto ha mutato la natura stessa della povertà agli occhi dell’umanità. La povertà è diventata una misura di ciò che manca a una persona in termini di beni “di cui si ha bisogno” e ancora più “di servizi di cui si ha bisogno.”. Attraverso la definizione del povero come di colui al quale manca ciò che il denaro potrebbe assicurargli per renderlo “completamente umano”, la povertà a New York come in Etiopia, è diventata una misura universale astratta del sottoconsumo. Allora, il fenomeno umano non viene più definito attraverso ciò che noi siamo, affrontiamo, possiamo prendere, sogniamo e nemmeno più attraverso il mito moderno per il quale possiamo lasciarci alle spalle il regno della scarsità, ma attraverso la misura di ciò che ci manca e quindi, di ciò di cui abbiamo bisogno.

I decenni dello sviluppo possono essere intesi come l’era durante la quale, a costi immensi, è stata officiata una cerimonia planetaria per ritualizzare la fine della necessità. Scuole, ospedali, aeroporti, istituzioni mentali o correzionali, i media: tutto ciò può essere inteso come reticoli di templi eretti per santificare lo smantellamento delle necessità e la ricostruzione dei desideri sotto forma di bisogni. Ancora dopo l’inizio dell’era industriale, per la maggior parte di coloro che vivevano in una cultura della sussistenza, la vita si basava ancora sul riconoscimento di limiti che non potessero essere trasgrediti. Cosicché per bisogni si intendeva “necessità”. Questi bisogni nel senso di necessità dovevano essere sopportati. Ciascuna cultura era la gestalt sociale assunta attraverso l’accettazione dei bisogni in un luogo e in una particolare generazione. Ciascuna rappresentava l’espressione storica di una celebrazione unica della vita entro un’arte della sofferenza che rendeva possibile esaltare le necessità. Ciò che mediava tra desiderio e sofferenza differiva da cultura a cultura. In un’economia morale di sussistenza, l’esistenza dei desideri era data per scontata tanto quanto la certezza che non potessero essere placati. Quando i bisogni compaiono nel moderno dibattito sullo sviluppo, tuttavia, non compaiono né come necessità né come desideri.

“Sviluppo” è una parola che vale una promessa, una garanzia offerta per spezzare la legge della necessità usando i nuovi poteri della scienza, della tecnologia e della politica. Sotto l’influsso di questa promessa anche i desideri hanno mutato il proprio status. La speranza di compiere il bene è stata rimpiazzata dall’aspettativa della definizione e soddisfazione dei bisogni. Le aspettative fanno riferimento a un “non ancora” diverso da quello delle speranze. C’è differenza, dice Illich, tra aspettativa e speranza. La speranza indica una fede ottimistica nella bontà della natura, mentre l’aspettativa, nel senso in cui Illich utilizza questo termine, è contare sui risultati programmati e controllati dall’uomo. La speranza concentra il desiderio su una persona dalla quale attendiamo un dono. L’aspettativa attende soddisfazione da un processo prevedibile. Il quale produrrà ciò che è nostro diritto pretendere. “La speranza nasce dalla necessità che nutre il desiderio. La speranza si orienta verso l’imprevedibile, l’inaspettato, il sorprendente. Le aspettative nascono dai bisogni nutriti dalla promessa di sviluppo e si orientano verso le rivendicazioni e i diritti d’accesso, le richieste. La speranza si appella alla discrezionalità di un altro da sé personale, sia esso umano o divino. Le aspettative si fondano sul funzionamento di sistemi impersonali che distribuiscono cibo, cure sanitarie, istruzione, sicurezza e altro.”.

In “Descolarizzare la società”[5] Ivan Illich, nel capitolo «Rinascita dell’uomo epimeteico»[6] riprende il mito di Pandora per spiegarci l’affievolirsi della speranza e il sorgere delle aspettative nell’orizzonte umano. “La Pandora originaria, ‘colei che dona tutto’, era una dea della terra nella Grecia patriarcale della preistoria. Essa fece scappare tutti i mali dal suo vaso, ma chiuse il coperchio prima che potesse fuggirne anche la speranza. La storia dell’uomo moderno comincia con la degradazione del mito di Pandora e termina con lo scrigno che si chiude da solo. È la storia dello sforzo prometeico per creare istituzioni che blocchino l’azione dei mali scatenati. È la storia dell’affievolirsi della speranza e del sorgere delle aspettative.”. “La sopravvivenza della specie umana – conclude Illich – dipende dalla riscoperta della speranza come forza sociale.”

Opere

Œuvres complètes, Tome 1 (Libérer l’avenir – Une société sans école – Energie et équité – La convivialité – Némésis médicale), Fayard, Paris 2004.
Œuvres complètes, Tome 2 (Le Chômage créateur – Le travail fantôme – Le genre vernaculaire – H2O. Les eaux de l’oubli – Du lisible au visible. Sur l’art de lire de Hugues de Saint-Victor – Dans le miroir du passé), Fayard, Paris 2005.
Deschooling Society (1971) ISBN 0-06-012139-4 ISBN 0-06-080381-9 trad. it. Descolarizzare la società
Tools for Conviviality (1973) ISBN 0-06-080308-8 ISBN 0-06-012138-6 trad. it. La convivialità, ed. Boroli, 2005
Energy and Equity (1974) ISBN 0-06-080327-4 trad. it. Elogio della bicicletta, ed. Bollati Boringhieri, 2006
Medical Nemesis (1976) ISBN 0-394-71245-5 ISBN 0-7145-1095-5 ISBN 0-7145-1096-3 trad. it. Nemesi medica. L’espropriazione della salute, ed. Boroli, 2005
Toward a History of Needs (1978) ISBN 0-394-41040-8 ISBN 0-394-73501-3 trad. it. Per una storia dei bisogni
Shadow Work (1981) ISBN 0-7145-2711-4 ISBN 0-7145-2710-6 trad. it. Lavoro ombra
Gender (1982) ISBN 0-394-52732-1 trad. it. Il genere e il sesso
H2O and the Waters of Forgetfulness (1985) ISBN 0-911005-06-4 trad. it. H2O e le acque dell’oblìo
ABC: The Alphabetization of the Popular Mind (1988) ISBN 0-86547-291-2
In the Mirror of the Past (1992) ISBN 0-7145-2937-0 trad. it. Nello specchio del passato, ed. Boroli, 2005
In the Vineyard of the Text: A Commentary to Hugh’s Didascalicon (1993) ISBN 0-226-37235-9 trad. it. Nella vigna del testo, ed. Raffaello Cortina, 1996
Ivan Illich in Conversation interviews with Cayley, David. (1992) (Toronto: Anansi Press) trad. it. Conversazioni con Ivan Illich, Elèuthera, Milano (1994), III ed. 2008 ISBN 978-88-89490-46-4 Il mito dell’istruzione, estratto da Conversazioni con Ivan Illich
The Rivers North of the Future – The Testament of Ivan Illich as told to David Cayley (2005) ISBN 0-88784-714-5 (Toronto: Anansi Press) trad. it. I fiumi a nord del futuro. Testamento raccolto da David Cayley, Verbarium, Quodlibet 2009
Pervertimento del Cristianesimo. Conversazioni con David Cayley su vangelo chiesa e modernità, Verbarium, Quodlibet 2008
Disoccupazione creativa, Boroli 2005
I. Illich et al., Esperti di troppo. Il paradosso delle professioni disabilitanti, Edizioni Erickson, 2008
Un profeta postmoderno, a cura di A. Gaudio, La Scuola 2012
Note[modifica | modifica sorgente]
^ Ivan Illich, I fiumi a nord del futuro. Testamento raccolto da David Cayley, Verbarium-Quodlibet, Firenze, 2009, pag.110 (…) “non agisco come teologo cattolico. Quella del teologo è una funzione istituzionalmente e giuridicamente determinata all’interno della Chiesa romana e, grazie a fortunate circostanze, nessuno mi può dire che sono un teologo. Non lo sono e non voglio agire come tale.”
^ a b Thierry Paquot, “(EN) The Non-Conformist”, in Le Monde diplomatique, gennaio 2003.
^ Ivan Illich, La convivialità, Red edizioni, 1993
^ in Wolfgang Sachs (a cura di) Dizionario dello sviluppo, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1998
^ Ivan Illich,Descolarizzare la società, Mondadori, Milano, 1983
^ Indagini su Epimeteo tra Ivan Illich, Konrad Weiss e Carl Schmitt, Il Covile, 2008. URL consultato il 28 febbraio 2013.

(Wikipedia, Ivan Illich)

 

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