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Devo andare

(dal mio romanzo “Dopo che tutto è scomparso” – inedito)

5. Devo andare

 

 

 

Scontrino di ristorante, Jasper Avenue, Edmonton, Alberta, venerdì 11 luglio 2008.

Il giorno seguente, nel pomeriggio, Mark gli telefonò sul cellulare. Thomas stava discutendo con Jason nel bar accanto alla Galleria 41, nei pressi del tuo appartamento.
– Devo andare via, – disse il ragazzo.
– Via dove? – chiese Thomas.
– Parto. Con amici.
Thomas attese in silenzio qualche secondo che Mark si spiegasse meglio. Non giunse alcuna spiegazione. Disse: – Fai quello che vuoi.
Aveva già capito com’era fatto Mark: aveva bisogno di provocare e sfidare, era il suo modo di essere. Un adolescente del cazzo. Sarebbe andato dai suoi amici, sarebbe uscito con loro a far bisboccia: che se ne andassero dove diavolo volevano! Senza soldi, dove poteva andare?
– Allora non hai capito, – disse Mark al cellulare.
Thomas fece un cenno a Jason, che pazientasse ancora qualche istante. Stavano discutendo del catalogo dei due artisti e Jason ci teneva a stringere i tempi, così lo stava guardando in cagnesco da quando era squillato il cellulare . Thomas si voltò perché Jason non sentisse.
– Non fare cazzate, – disse a Mark.
– Me me vado.
– E dove vai?
– Non ho tempo di spiegarti, capirai fra qualche giorno.
– Cosa devo capire?
– Tu pensa a Vicky, non lasciarla mai sola.
– Insomma, smettila di giocare. Che telefonata è questa?
– Tu mi credi, Thomas? Tu mi credi? Ti fidi di me?
– Neppure per idea, – rise Thomas.
Il ragazzo tacque.
– Ma di cosa stiamo parlando? – disse infine Thomas.
– Di te, di me, della vita! – disse Mark esasperato.
– Senti, sto lavorando e non capisco una parola di quello che dici. Non capisco un’acca.
– Infatti non ho altri modi che questo per farti capire. Esattamente come prevedevo.
– Ragazzo, sono qui che lavoro, c’è casino, ti sento a stento, tu fai discorsi che non seguo. Ne parliamo a casa, con calma, quando torno. A casa, okay? Tanto ti troverò sveglio a fumare e bere birra, giusto?
– Negativo, amico. Non sarò a casa.
– E dove sarai?
– Sulla luna.
Thomas perse la pazienza, ma Jason lo teneva d’occhio e non poteva dire tutto quello che voleva. Allora si alzò dal tavolino, si allontanò fino alla vetrina che dava su Jasper Avenue, piena di traffico ordinato e costante. Da quella vetrina si vedeva il tuo appartamento, e Thomas rivelò a se stesso il pensiero sotterraneo che lo scavava dalla mattina: venire a cercarti non appena finito l’incontro con Jason. Non ne voleva sapere di guai con Mark.
– Vuoi andartene, Mark? Va bene. Basta che torni per cena. Oppure dammi l’indirizzo dei tuoi amici, e ti passo a prendere questa sera quando torno.
Dal cellulare si dilatò un profondo sospiro.
– Come vuoi, testa di cazzo. Come vuoi. Ti ho detto quello che ti dovevo dire, ho fatto quello che potevo fare. Tu prenditi cura di Vicky. Non lasciarla mai sola.
– Mark…
– Non lasciarla mai sola, Thomas. Mi hai capito?
– Mark!
Il ragazzo aveva chiuso. Thomas digitò in fretta il numero, che risultò irraggiungibile. Provò a telefonare al numero fisso di casa sua, ma nessuno rispose. Tornò al tavolino dove Jason lo attendeva con le braccia incrociate sul petto.
– Problemi? – chiese diffidente il direttore della Galleria 41.
– Nulla di importante, – mugugnò Thomas.
Abbassò lo sguardo sul moleskine ricoperto di progetti disegnati a penna, tentando di riprendere il filo del discorso. Jason gli chiuse il quaderno, vi poggiò sopra entrambe le mani. Erano mani curate, bordate verso i polsi da due bracciali d’oro e altri in cuoio e stoffa. Una fede d’argento al pollice.
– Thomas, ascolta: devo dirti una cosa che ho fatto senza chiedere la tua autorizzazione. Ma prima di reagire in uno dei tuoi soliti modi, fermati a riflettere, perché quanto ti dirò l’ho fatto per te. Oltre che, certo, per la galleria. In ogni caso tu hai delle responsabilità verso di noi.
– Hai fatto cosa?
– Ho mandato alcune tue foto a un concorso fotografico… Ascolta, prima di parlare. Ti parlo in amicizia. Tu non sai venderti, non sai progettare con metodo il tuo lavoro, ti adagi, per così dire… C’era questo concorso a New York, e io ti ho iscritto. Ho spedito quelle foto che mi avevi proposto per la personale.
– Quelle che non ti convincevano!
– Non ho mai detto che non mi convincevano. Solo che era prematura una tua personale senza un qualche precedente riconoscimento, premio o altro…
– Vuoi mettermi alla prova! Vedere se convinco qualcun altro! Allora poi forse…
– No! Non è questo il punto! – si agitò Jason. – Il fatto è che tu sei troppo ingenuo! Pensi che basti fare delle belle fotografie per mettere su una mostra! Prima bisogna creare un’immagine convincente di te come artista, poi pensare ai lavori da mostrare! Vincere un premio, o far sì che la gente parli di te, è un ottimo punto di partenza. Ma tu da quest’orecchio non ci senti proprio. Sei nel mestiere da un bel po’ ormai, e ancora pensi che basti fare qualche foto e appenderla sui muri di una galleria… Non sei più un ragazzino, Thomas, del quale basta dire che è un “giovane artista emergente” per attirare attenzione!
Jason aveva alzato le dita per fare le virgolette su ” giovane artista emergente”
– No, non sono più un ragazzino, – disse Thomas. – Puoi evitarti certi giri di parole: sono vecchio!
– Ma insomma, perché la prendi così?
– Chi ti ha autorizzato a iscrivermi? – Thomas era deciso a impuntarsi.
– Ti ho solo fatto un favore. Aspetta almeno di vedere come va!
– Tu mi hai iscritto a questo concorso solo per avere un diversivo. Non sai da te se le mie foto valgono qualcosa o sono fuffa? E poi perché questa mossa? Temi che se mi rifiuti la personale da voi, io non finirò le vostre commissioni, vero?
Il Direttore della Galleria 41 di Jasper Avenue appoggiò le braccia sopra il quaderno e tamburellò con le dita. Thomas individuò, dietro le lenti dei suoi occhiali con la montatura rossa, gli occhi turchese incastonati come pezzi di materiale inorganico nella carne rosea e profumata della faccia.
– Sai benissimo, Thomas, che alla galleria abbiamo tutti fiducia in te. A me personalmente piace molto quello che fai. Solo, non ritengo questo il momento adatto per una tua personale, e penso che in fondo non lo ritieni neppure tu. Sono sicuro che in ogni caso porterai a termine il lavoro dei cataloghi… Anche perché hai firmato un contratto.
Jason fece una pausa piuttosto lunga prima di riprendere a parlare. Si sporse sul tavolino, avvicinandosi con un mezzo sorriso a Thomas che guardava nel vuoto, triste e sconnesso.
– Ma questo Mark, che ti chiude il telefono in faccia, chi è?
Come se tutto il loro incontro avesse avuto come unico, vero presupposto quella domanda.

Thomas in auto. Fermo nel parcheggio dietro la Galleria 41. Dovrebbe decidersi ad avviare l’auto e prendere una direzione. Ha in mano il cellulare, lo fissa come si controlla un navigatore, perché inizi a materializzare sensi di percorrenza, perché lo conduca fuori dal labirinto. Il tuo appartamento è lì vicino. Prende una decisione, esce con furia dall’auto, si dirige verso il grande e lussuoso palazzo nel quale abiti, oltre il parcheggio. Arriva sotto casa tua, si attacca al campanello. Continue detonazioni nel cuore.
Rumori e fruscii. Rispondi. Ma è una voce di donna.
Gli chiede chi sia.
Io, risponde Thomas. Non sa bene quale strategia stia adottando, ma è deciso a entrare nel tuo appartamento.
Io chi.
Sono Thomas, fammi salire.
Non conosco nessun Thomas, dice la voce.
Lucas. Lucas mi conosce bene, fammi salire.
Il colpo secco, come una fucilata, del portone che si apre.
Thomas si infila in ascensore. Controlla il proprio sguardo cupo e folle nello specchio. Tenta di rianimare le guance, di sorridere. Non vuole farsi sbattere la porta in faccia alla prima occhiata. Prima vuole sapere.
Sul pianerottolo lo attende, davanti alla porta aperta del tuo appartamento, una ragazza non troppo alta, capelli corvini, taglio maschile. Piercing a orecchie, naso, labbra e sopracciglia. Pelle olivastra perfetta. Occhi animali, intensi. Taglio allungato. Per Thomas quel taglio ha qualcosa di incivile, di selvaggio. Ti assomiglia.

 

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