“Platano” di Stefano Dal Bianco e autocommento

da: “Ritorno a Planaval”, Mondadori

Platano
Sono uscito a camminare verso il mare, ma devo negarlo
perché ero uscito e in realtà quasi subito
ho incontrato un platano e mi tocca di scriverlo,
anche se scrivere è di più che raccontare,
anche se raccontare è già difficile,
anche se il difficile è rientrare
a scrivere del platano,
a raccontare il platano
senza averlo davanti,
cercando di ricordare,
tradendo nel ricordo come se lui non esistesse, veramente
platano di rami e foglie nella luce.

Come dimenticarlo

Descriverlo, accettare le metafore, perfettamente sufficienti, indifferenti in apparenza ma vive del suo sguardo, morte del suo splendore, del male che le fa differenti e lucide di sé. E complimenti al platano e addio alla passeggiata, di chi per un momento ha creduto di vederlo e l’ha dimenticato.

Ricostruirlo come nuovo

Ritornare sul prato come in cerca di qualcosa che non è più albero,
non più albero di me e di te che mi leggi e non stai sul prato,
e senza amore immagini quest’albero, senza riserve di realtà.
Chiederti di venire senza fissare appuntamenti,
chiedere insieme distrattamente
con la sola energia che ci è concessa
un posto libero nel prato, di fronte al mare,
non lontano dalla stanza dove tutto è raccontato.

(da Ritorno a Planaval, Mondadori, Milano 2001).

autocommento dell’autore:

http://www.laletteraturaenoi.it/index.php/la-scrittura-e-noi/197-“platano”-di-stefano-dal-bianco-autocommento.html

Sfatta

 

 

 

 

 

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E comunque così sfatta che quasi si apre

il sorriso come crepa nel muro

e comunque così altèra di danno che quasi

ne cavo vantaggio, una chiave

un cantabile

un sorso

una pagina nuova

una penna

tenuta a due dita, paziente

in attesa.

Il tavolo sgombro da poco da cena

le briciole d’altri

il televisore che inganna la notte

inverte gli orari.

È sapienza sostare nelle proprie disfatte

e trarne vittorie contuse ammaccate

è sapienza sostare

in piedi comunque

accanto al crollo notturno e ancora innalzare

un rimasuglio di volontà

un’illusa coscienza

che tutto l’inganno

è un fiore di prato reciso

ma bello nel vaso.

 

 

 

 

 

 

 

Un disegno e una traduzione

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disegno: I margini della capitale, Elena R. Marino

Emily Dickinson

I’ve known a Heaven like a tent -
To wrap its shining yards -
Pluck up its stakes and disappear -
Without the sound of boards
Or rip of nail – or carpenter -
But just the miles of stare -
That signalize a show’s retreat -
In North America -

No trace – no figment of the thing
That dazzled yesterday,
No ring – no marvel -
Men, and feats -
Dissolved as utterly -
As birds’ far navigation
Discloses just a hue -
A plash of oars, a gaiety -
Then swallowed up, of view.

(mia traduzione)
Ho visto un Cielo arrotolare -
come tendone le stoffe lucenti -
svellere i pali e dileguarsi -
senza fragore di assi
o schiocco di chiodi – o falegname -
ma solo le miglia e miglia rimaste
di quello sguardo attonito -
che indica lo spettacolo annullato -
in nord America -

No tracce – no segni della cosa
che, ieri, ci sbalordiva,
no anelli – no meraviglie -
uomini, e prodezze -
dissolti in modo estremo -
come la distante navigazione
d’uccelli svela breve sfumatura -
un tuffo di remi, un’allegria -
poi inghiottita per sempre, allo sguardo.

Dopo la guerra

Paul_Klee

image by Paul Klee

*

La città con un boato si aprì in due.

Piccole mani al cielo salutano un palloncino e rami

intrecciati agli occhi guardano il passato

leggero ed esile – andiamo – disse una voce ed erano

così tanti dietro al flauto.

Una sponda del fiume ancheggiò di schiuma

fu il ricordo del mare e un leggero

colpo di tosse o di vento

trascinò via un po’ di terra e un po’ d’uomo

impastati tutti nella medesima storia

nella medesima casa sventrata.

Un ghirigori adesso di speranza, un segno appena

sul blocco dei disegni – ritrovato

d’un bambino.

*

©Elena R. Marino 2012

Immenso

image by E.M.r

 

Passeranno gli anni e saranno di battaglia

stremati nella zona-cuore in gabbia il vento

finché lo schiocco preciso sarà l’esatto

senso di ciò che non poteva non essere:

lo strappo.

 

Allora più reali e ormai scomparsi

agli occhi dei più camminatori d’ansia rivelata

fra marosi d’universo noi rivolti

gli occhi ai nostri anni ormai sapremo

ciò che non avevamo scelto

ciò che non eravamo

ed era altrove per noi

immenso.

 

©Elena Marino 2012

Poligono

Essere acuminati

come oggetti limati

o semplici e fondamentali

come siamo nati

già carichi

di parole d’ordine efficaci

finalmente sagomati

come proiettili

per colpire al cuore

nel poligono

quel nostro dolore

Buon senso

non piegarti, parla

non sussurrare, pensa

non toccarmi, giaci

non basta mai, eppure è già troppo

per parlare usi sempre le stesse frasi

è come cadere nel vuoto e sognare di volare

improvvisamente ti crescono le ali

e tu non ci rifletti

neppure un secondo

sbatti il tuo io a una velocità siderale

e stai su

sostenuto solo dalla fretta

questo è il poco che ti puoi portare sempre dietro

il mistero dello sbattimento delle ali

in momenti di caduta libera

la trasformazione

quando già tutto il vetro dei bicchieri

tintinnava sinistro sotto gli occhi degli specchi

il tremolio del tuo destino

difalcato dalle voci stentoree dei falsi amici

si fa piccolo come un topolino

però conosce te

riconosce te

almeno questo

e non fugge quando lo vai a cercare

non è facile dire a tutti il fatto loro

quando i fatti non hanno né arte né parte

solo tradimenti

di tutto

c’è un essere più tradito dell’essere umano?

con i disegni del dito sul vetro freddo

interposto fra te e il cielo

tutto questo può essere rappresentato

graficamente.

inoltre va detto che le abitudini sono dure a morire

che la poltiglia di frasi masticate durante gli incontri

non soddisfa mai

e che tutto questo è come l’annuncio pubblicitario per una bibita che tu,

se quella bibita non l’avessero mai inventata, tu non ne avresti sentito

la mancanza.

non diciamo tutto, certo.

non è proprio il caso di farsene un problema

ma le cose che diciamo, spesse volte

sono capitomboli inutili.

Precipitando

Sogno di te e non sei nulla

più del mio egoismo e delle mie

disfatte.

L’angelo perfetto dalle ali di trine

ricamate sui momenti di bontà,

la statuina dell’amore che ho lasciato

sulla mensola di casa, impolverata.

 

Afferrami alle spalle

fa’ che non ti veda

stordiscimi con l’altro

che non sono io – buttami giù

dall’orlo della notte.

Così precipitando preferisco

ricordarmi di quando

ammettevo l’esistenza

della felicità.

 

 

L’orrore

L’orrore lo hai visto spento

nei colori, ma attivo sui vetri

intervallato a lampi alogeni

di glamour

indossato come guanti

noncuranti delle strette di mano

e servito sui vassoi

nello specchio delle cene.

L’orrore lo hai visto privo di tutto

privo persino della colpa -

nella stanchezza del sangue

nelle bugie di sempre

negli assassini di strada, confusi

nella nebbia.

L’orrore alla fine è divenuto

la biglia

con la quale giocavi da bambino il tuo rito

di fromboliere, tu fingi di non ricordartene

e la ritrovi

nella tasca dei pantaloni adulti

andando

mentre la strada si fa buia di vapori

e s’accende un televisore.

Ovunque.

 

Dimenticanza

Sei venuto a me come un groppo di sbagli

una matassa di fili da tagliare

per uscire fuori, a respirare -

Sei venuto così, amore, ed eri già

da cancellare.

Ho poggiato sulla tua spalla giovane

tutta la mia dimenticanza

una fronte infuocata di altrove

in cui non ero mai stata.

Sempre qui

inchiodata alle travi del destino

ho sputato sangue

ho staccato i pezzi

uno ad uno.

Eppure alla fine ti ho dimenticato

insieme a ciò che è rimasto appeso

a quel chiodo.

Poca roba:

ciò che ero.

Brani.

 

Ragazzino

Il taglio del sole sezionava la sua mano sul banco e questo gli piaceva. Pensò che voleva assolutamente ricordarsi della sua mano, per tutta la vita a venire, com’era, prima che il futuro gliela rovinasse. La voleva ricordare piccola, con la pelle liscia e tirata, ben disegnata, intatta.

Il suo insegnante abbandonò la finestra e si voltò a fissarlo, così tanto da fargli pesare addosso i suoi occhi come una pressa meccanica. Il ragazzino girò la testa verso la parete, in modo da non doverlo vedere. Lasciò però premute entrambe le mani sul piano di fòrmica verde che gli appiattiva i palmi.

Infine il ragazzino sottrasse le mani al pezzo di sole morente e le nascose nel ripiano buio sottostante, incrostrato di chewing-gum e caccole, che iniziò lentamente a grattare con le unghie morbide.

 

La madre arrivò trascinandosi dietro l’aria pungente della sera, satura di traffico e sughi. L’insegnante disse seccato: – Ho dovuto aspettare, signora. Perché naturalmente non potevo lasciarlo in classe da solo. Ma è l’ultima volta!

La madre si asciugò i lati della bocca, prima di parlare. Tentò di dire qualcosa. Ma era stanca, così stanca di quel ragazzino, che fece solo un cenno con il capo. Per convincerlo a uscire finalmente da quell’aula.

 

Grazia

Non c’è vento e tutto fermo rimane

dentro la bolla dell’oggi

con i suoi pianti di bambino

che premono incoscienti sullo sguardo.

Ai giardini – una città qualunque.

Ho bisogno di una grazia, dell’incontro

fra l’universo e il filo

che tengo, strappato fra le dita.

Ho bisogno

di ricontare i pezzettini che ho raccolto

fra i detriti e dirmi

che troverò il disegno, prima o poi,

affinché nessuna scheggia

di questo enorme disastro

sia priva del suo incastro

nel mosaico.

 

Io voglio tutto

Io voglio tutto e questo tutto

deve essere ancora di più e ancora meglio

del tutto di un altro perché in fondo

il tutto è di tutti e ciascuno

può farne ciò che gli pare, ma non è giusto

che il mio sia da meno di un altro e quindi

RICHIEDO

che un tutto speciale sia il mio:

TELEVISIVO

annunciato ai quattro angoli del firmamento

e sul contratto ci sia scritto

che nemmeno Dio e la sua morte

mi siano d’impedimento

al tutto che è mio…

 

Spettacolo

Si assicurò d’essere osservato

prima

di cedere allo sconforto.

Non intendeva sprecare nulla

del suo patrimonio

umano.

Pianse in diretta

si disperò su carta stampata

urlò in mondovisione.

Alla fine inciampò in un momento

di black-out

non previsto, e cadendo

non seppe neppure

della propria morte.

Resa

A te m’arrendo e questo sia il segreto bello

il ciondolo di memoria in ogni naufragare.

E se la sapienza del mare renderà coralli le nostre ossa

fortunosamente come un tempo, allora a te ogni parola

che ancora scaduto il tempo potrebbe giungere

sulla punta dell’onda

nel vetro acceso del sole.

Finché continueranno ad esistere

un sole

e un mare.

La cosa più bella

È difficile trovarne uno buono davvero

quadrato nella mente e saldo nel pensiero

piantato sul cuore,

ora che è sempre meglio

essere altrove.

È difficile dire agli amici qual è

per noi la cosa più bella

ora che il denaro ci manca

e insieme le parole.

E quanto difficile udire

in solitudine i passi

dei pensieri

e trovarne il ritmo

con l’unico scopo

non pagato

di piacere a se stessi.