Due lune

DUE LUNE 03/11/2012

image by Chiho Aoshima

All’inizio aveva pensato a un apparecchio inceppato. A furia di usare il cellulare, per esempio, poteva capitare che la schermata precedente si sovrapponesse in modo parziale all’immagine dell’applicazione in uso, e il tutto rimaneva congelato nell’immobilità finché lei non si decideva a spegnere e riattivare l’apparecchio. Spegnere e riattivare. L’indicazione le era entrata nella mente: spegnere e riattivare. Un reset, di questo avrebbe avuto bisogno. Ma non aveva idea di come eseguirlo, tranne che sul cellulare, per il quale bastava estrarre la batteria.

In seguito, la sensazione di essere un apparecchio inceppato aveva lasciato il posto alla certezza di aver sconnesso una qualche piccola leva nascosta nel fine meccanismo complessivo dell’universo.

Tutto aveva avuto luogo senza preavviso. Una notte, fissando la luna con un solo occhio, per mettere alla prova le diottrie che a quarant’anni suonati si ostinavano a rimanere orgogliosamente alte, aveva scorto il corpo celeste fisso nella sua usuale solitudine. Ma di lì a pochi istanti, mentre riapriva l’occhio chiuso e chiudeva l’altro, aveva assistito all’inattesa duplicazione: nel cielo nero d’una qualunque notte d’agosto cittadina si era aggiunta una luna, spostata leggermente a destra rispetto a quella già individuata dall’occhio precedente. Aveva riaperto entrambi gli occhi, nella convinzione che il difetto di visione sarebbe scomparso. Ma le due lune erano lì, e lì ormai sarebbero rimaste nelle notti successive.

Più volte, in sessione notturna, provò a rifare al contrario ciò che aveva fatto la prima volta, tentando di invertire il corso degli eventi e asciugare quello, dei due tuorli lunari, che era di troppo. Ma la semplice magia del rovesciamento non funzionò mai. Aveva anche pensato di confidarsi con altri, ma alcune considerazioni le avevano suggerito di soprassedere: se qualcuno le avesse risposto che vedeva, come lei, due lune, il suo precedente e originario senso della normalità e della realtà avrebbe subito un tracollo definitivo; se, d’altra parte, nessun altro condivideva il suo destino, la solitudine della pazzia l’avrebbe angosciata più che tollerare quell’anomalia, tutto sommato, innocua. Innocua, appunto, finché non ne avesse parlato con nessuno.

Era a questo punto che aveva iniziato a desiderare un reset della propria esistenza, e si domandava se cambiare marca di yogurt, rinunciare a certi libri, reagire in opposizione al proprio immediato istinto, non mettere più le scarpe con i tacchi poteva bastare.

Le due lune in cielo le avevano però instillato un’esigenza mistica di rinnovamento. Fra le cose che tentò ci furono anche una nuova tinta per i capelli e, in un tracimare dell’esasperazione, addirittura una rasatura a zero.

Forse la rasatura, forse un’incipiente depressione per il fallimento di tutti i tentativi attuati fino a quel momento, fatto sta che nella sua mente si fece strada l’idea di possedere gran parte – se non tutta – la colpa per quell’inclinazione inaspettata e stonata dell’Asse Universale della Normalità.

Si diede a riflettere su quale azione goffa e inopportuna da parte sua potesse essere alla radice della duplicazione lunare, a parte la chiusura prima di un occhio e poi dell’altro. Trascorse intere giornate in sospensione dubitativa e inutile sui documenti del lavoro, appesa senza memoria alle maniglie di tram e metropolitane, inopportunamente ferma sulle righe dei pedoni, smarrita in silenzi sconvenienti di fronte a colleghi e marito, figli e amiche: non individuava quale fosse la sua colpa originale, quella tanto assoluta da aver modificato addirittura l’intero assetto celeste. Tutte potevano andare bene, nessuna era sufficientemente particolare o esagerata, ma ognuna sembrava di certo anonima nel grande calderone degli errori umani. Poteva, a piacere, tirarsene innanzi questa o quella. Le pareva facessero spallucce e dicessero: “Ma allora, per quelle di certi altri sarebbe già precipitato il cielo e così non è stato. Che vuoi che siamo, noi?”

Però di lune ormai, per lei, in cielo ne navigavano due. E non poteva fare come se ciò non fosse. Di notte si dedicava a scrutare la perfetta somiglianza dei due dischi di neon appesi là in alto: come in quei doppi disegni sulla Settimana Enigmistica, nei quali le differenze sono state accuratamente dissimulate, e si vince se si riesce a scoprirle, così lei tentava di notare nei dischi lunari quello che non scorgeva. Riteneva che il riscontro di un solo dettaglio difforme avrebbe potuto rappresentare l’inizio della speranza di una spiegazione.

Con il trascorrere del tempo le due lune in cielo influirono senza scampo sulla sua vita. Fu un rotolare inavvertito ma costante, lungo una china che non riusciva più ad appianare. Due lune in cielo le apparivano nei discorsi, e quando dialogava non poteva a fare a meno di sostenere un’opinione ma anche un’altra, intuendo che sempre e dovunque la duplicazione sbreccia la feritoria dell’unicità, anzi la spalanca sull’infinito con una vertigine che la numerazione di n copie tutte identiche non riesce comunque a esorcizzare. Due lune in cielo le apparvero nel cuore, e mentre amava quella persona che era suo marito, la vedeva duplicarsi in una teoria di mariti tutti uguali che sarebbe stata una fatica improba e disumana provarsi ad amare. Due lune in cielo duplicò anche lei stessa, e il giorno che ritenne di essere distesa sul pavimento perché la sua avventura terrestre stava per terminare, vide accanto a sé un’altra uguale che di una cosa sola la supplicava: ritrovare quella piccola leva nel meccanismo universale che, inavvertitamente spinta in quella lontana notte in cui tutto era iniziato, avrebbe riportato all’ordine la struttura, eliminando le copie inutili. Salvando gli originali.

©Elena R. Marino 2012