acqua

Cerca dentro

acqua

acqua

Cerca dentro, lascia perdere la superficie ruffiana delle cose, esamina la ruvidezza delle cose, ad ogni passo fermati un istante e chiediti se è proprio ciò che vuoi, davvero, ascoltati, ascolta ogni minimo sussurro interiore, ascoltati! Tutto ciò che hai è in questo ascolto. Raccogli le forme e le strutture, usale a tuo piacimento, è un modo per conoscere il mondo, per studiarlo. Tu vuoi ricercare e studiare, è sempre stato questo, ricordi? E allora, l’unico errore che potresti fare è non darti retta, non sentire dove pulsa il sangue, dove batte il cuore. Non è dove altri ti indicano. Nessuno è uguale a qualcun altro, salvo per adattamento. E dunque ritorna sui tuoi passi, segui le tue tracce, cerca di capire quali sono stati i passi falsi, come un segugio segue una traccia. Tutto quello che hai e qui, in questa ricerca, in questo tentativo di comprensione. Quello che tutti hanno è qui, nella comprensione di sé. Il mondo poi, non è altro che quello che si vede attraverso i propri filtri. Lucida il tuo filtro. Non stancarti mai di questo. L’acqua attraversa le profondità e risale in superficie.

Augusta impianto Esso

I condomini sono gabbie di matti

Augusta impianto Esso

Augusta impianto Esso


I condomini sono gabbie di matti, fatti apposta per stressate la gente. In Sicilia viveva in una villetta bellissima. Ma la Montedison costruiva ogni giorno una nuova gigantesca palla d’acciaio che depositava davanti all’orizzonte. Palle grandi come grattacieli, che contenevano gas e ogni genere di veleno. Quando andavano al mare da quella parte, i bambini vedevano l’apocalisse dai colori giallastri e limacciosi dentro l’acqua violata. C’erano odori. Mostri sconosciuti che sgasavano in quella melma. Anche loro si tuffavano. Non sa come siano sopravvissuti. Magari non tutti. Non sa come sia sopravvissuta la sua infanzia. Il paradiso della natura accanto al vomito dell’inferno umano. E odia i condomini.

Adulthood no longer exists….

Originally posted on Coffee & Conversation :

simply disconnected

by Kenneth Justice

~ I stopped by a cafe over the weekend and couldn’t help but notice a table of three men (they were in their early 30’s) sitting there in silence, all of them staring at their smart phones. For the better part of an hour I never noticed any of them breach their silence even once; if Norman Rockwell was alive nowadays, instead of a painting of a family praying in public, I’m sure his emblems of Americana would focus less on communal connection and entirely on community disconnection.

I’ve written about the decline in Intellectualism throughout Western Culture extensively, yet that table of men I observed yesterday drove all my observations right back to the surface. Not only have we become a society lacking in intellect, we have become a culture of children.

Consider for a moment what long distinguished children from adults; children sit and…

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Connaissez-vous les industries de la vérité ?

Originally posted on existence!:

L’expression même

fait paradoxe, sans doute,

puisque si elle était fabriquée,

la vérité ne nous semblerait plus si vraie que cela.

Et pourtant,

si vous vous éloignez un instant de l’image romantique

qui voudrait une vérité en soi, existant par elle-même,

et un héros solitaire assez hardi pour la découvrir,

force est bien de reconnaître que toutes nos vérités

ont bien du être fabriquées quelque part.

Comme nous faisons partie

de ces  pays bien rares

où l’on doute des religions,

je vois peu d’institutions

que nous pourrions admettre

au statut si recherché

d’industrie de la vérité.

On aurait pu songer à l’école,

mais Descartes y a appris

tellement de bêtises,

qu’il a du fonder

contre elle

sa méthode

et l’esprit français.

Au fond,

je ne vois que cinq

grandes industries de la vérité

qui soient vraiment indiscutables:

  • La science
  • L’université
  • Le journalisme
  • Le cinéma
  • Et la

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«Sa una cosa, prof? In Italia non fa figo fare figli»

Originally posted on D I S . A M B . I G U A N D O:

Manga boy

Qui di seguito ricostruisco una conversazione che ho avuto con Luca, 23 anni, piombato nel mio studio dopo aver trascorso sei mesi a Parigi con una borsa Erasmus. Fra i mille dettagli che Luca riesce a comprimere in pochi minuti, d’improvviso emerge un tema che non mi aspettavo: i bambini. Pochi, pochissimi in Italia. Tanti, e secondo lui molto diversi dai nostri, a Parigi.

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Monday Morning Mantra

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pablo-casals

For the past eighty years I have started each day in the same manner,” wrote the cellist Pablo Casals in his memoir, Joys and Sorrows. “I go to the piano, and I play two preludes and fugues of Bach. It fills me with awareness of the wonder of life, with a feeling of the incredible marvel of being a human being.

~ Glen Kurtz, Practicing: A Musician’s Return to Music


Pablo Casals (1876 – 1973), was a Spanish Catalan cellist and conductor. He is generally regarded as the pre-eminent cellist of the first half of the 20th century, and one of the greatest cellists of all time.

Credits: Photo – glogster.com

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http://immagini.4ever.eu/edifici/parchi/marciapiede-189339

Ostinazioni

Corsero in quattro, veloci e silenziosi. Lo afferrarono mentre ancora sorrideva. Quel suo sorriso allarmato e idiota, ma pertinace. Il primo lo colpì al ventre e il secondo alla testa, mentre gli altri tenevano gambe e braccia che saettavano a scatti in ogni direzione. Lui urlò, sbavò, e nella sbava mantenne il sorriso, la bocca che ballava il suo sdentato fragore. Poi si diedero il cambio: i primi due lo tennero fermo, e gli altri due lo colpirono al ventre e alla testa, pareva che mancassero di fantasia. Lo lasciarono, cadde. Strisciò sul pavé deserto, bagnato di luci aranciate ai vapori di sodio. – Sai che c’è? – disse uno. Gli altri scambiarono un cenno istantaneo e ripresero a calciarlo lì com’era, strato di carne e ossa su strato di pietra cittadina storicamente levigata. Colpirono a casaccio e riuscirono, più o meno, a colpire tutto: dalla faccia agli stinchi, passando per quanto era disponibile di molle. Non urlava più, si udivano solo tonfi secchi, uno scuotersi di materiale interno, bolle di dolore che sgusciavano da una cavità all’altra. Si fermarono sudati. Quasi l’alba. Si ritirarono camminando lenti all’indietro, fissandolo. Il sorriso idiota. Poi dovettero andare. Ognuno con il malessere che sarebbe durato fino all’accensione completa del sole, fino alla saracinesca aperta del giorno. Un allarmato stupido sorriso, incancellabile in mezzo ai lineamenti sfatti, alla poltiglia umana.