Ai giardini in piazza, dopo la mezzanotte

Porto fuori il cane di notte.

Piazza piccola con minuscoli e sporchissimi giardini. Cui sono due levrieri femmina, dei quali uno è talmente vecchio (più di sedici anni dice la padrona) che ha l’artrite e si muove a malapena, lentissimo, con le zampe di dietro piegate come per un eterno stare per accoccolarsi su un fianco. I due levrieri sono entrambi magri, ma quello vecchio è scheletrico, sembra il cane dell’apocalisse (se l’apocalisse dovrà avere un cane a rappresentarla).

Il mio cane è cucciolo, salta come un matto in tutte le direzioni, Ansima forte perché tira al guinzaglio. Poi si ferma di botto a guardare la levriera anziana. Annusa l’aria, si avvicina circospetto. Un’altra snasata e via, è già lontano a seguire piste notturne nel prato.

Sulla panchina seminascosta da un grande abete ridono due ragazzi, un maschio, e una femmina che sembra un maschio. Non fanno altro che ridere, ad alto volume nella notte della piccola piazza. Ridono, dicono una, al massimo due parole in una lingua incomprensibile (potrebbe anche essere italiano, ma non lo capisco) e subito dopo scoppiano in un’altra risata prolungata finché hanno fiato. Praticamente non parlano, ridono e basta. Inciampano in una parola e ci ridono sopra. Ridono in modo allegro, cattivo. Ridono strozzandosi. Ridono sguaiati. Ridono complici. Ridono forti. Ridono giovani. Ridono estranei. Ridono alieni. Ridono sessuali. Ridono lottando. Ridono in modo notturno. Ridono e tutti dalla piazza li sentono, dentro le case buie.

La vecchia levriero si trascina in un tempo incalcolabile lungo il margine del prato. Salire il piccolo dislivello dei bolognini le costa una fatica paziente e inumana. Una fatica canina.

Sotto l’abete, al riparo dai lampioni, rimbomba quella risata che gorgoglia come acqua di una fontana, nella notte altrimenti silenziosa. Neppure le macchine, passano.