Adulthood no longer exists….

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simply disconnected

by Kenneth Justice

~ I stopped by a cafe over the weekend and couldn’t help but notice a table of three men (they were in their early 30’s) sitting there in silence, all of them staring at their smart phones. For the better part of an hour I never noticed any of them breach their silence even once; if Norman Rockwell was alive nowadays, instead of a painting of a family praying in public, I’m sure his emblems of Americana would focus less on communal connection and entirely on community disconnection.

I’ve written about the decline in Intellectualism throughout Western Culture extensively, yet that table of men I observed yesterday drove all my observations right back to the surface. Not only have we become a society lacking in intellect, we have become a culture of children.

Consider for a moment what long distinguished children from adults; children sit and…

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Connaissez-vous les industries de la vérité ?

Originally posted on existence!:

L’expression même

fait paradoxe, sans doute,

puisque si elle était fabriquée,

la vérité ne nous semblerait plus si vraie que cela.

Et pourtant,

si vous vous éloignez un instant de l’image romantique

qui voudrait une vérité en soi, existant par elle-même,

et un héros solitaire assez hardi pour la découvrir,

force est bien de reconnaître que toutes nos vérités

ont bien du être fabriquées quelque part.

Comme nous faisons partie

de ces  pays bien rares

où l’on doute des religions,

je vois peu d’institutions

que nous pourrions admettre

au statut si recherché

d’industrie de la vérité.

On aurait pu songer à l’école,

mais Descartes y a appris

tellement de bêtises,

qu’il a du fonder

contre elle

sa méthode

et l’esprit français.

Au fond,

je ne vois que cinq

grandes industries de la vérité

qui soient vraiment indiscutables:

  • La science
  • L’université
  • Le journalisme
  • Le cinéma
  • Et la

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«Sa una cosa, prof? In Italia non fa figo fare figli»

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Manga boy

Qui di seguito ricostruisco una conversazione che ho avuto con Luca, 23 anni, piombato nel mio studio dopo aver trascorso sei mesi a Parigi con una borsa Erasmus. Fra i mille dettagli che Luca riesce a comprimere in pochi minuti, d’improvviso emerge un tema che non mi aspettavo: i bambini. Pochi, pochissimi in Italia. Tanti, e secondo lui molto diversi dai nostri, a Parigi.

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Monday Morning Mantra

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pablo-casals

For the past eighty years I have started each day in the same manner,” wrote the cellist Pablo Casals in his memoir, Joys and Sorrows. “I go to the piano, and I play two preludes and fugues of Bach. It fills me with awareness of the wonder of life, with a feeling of the incredible marvel of being a human being.

~ Glen Kurtz, Practicing: A Musician’s Return to Music


Pablo Casals (1876 – 1973), was a Spanish Catalan cellist and conductor. He is generally regarded as the pre-eminent cellist of the first half of the 20th century, and one of the greatest cellists of all time.

Credits: Photo – glogster.com

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Ostinazioni

Corsero in quattro, veloci e silenziosi. Lo afferrarono mentre ancora sorrideva. Quel suo sorriso allarmato e idiota, ma pertinace. Il primo lo colpì al ventre e il secondo alla testa, mentre gli altri tenevano gambe e braccia che saettavano a scatti in ogni direzione. Lui urlò, sbavò, e nella sbava mantenne il sorriso, la bocca che ballava il suo sdentato fragore. Poi si diedero il cambio: i primi due lo tennero fermo, e gli altri due lo colpirono al ventre e alla testa, pareva che mancassero di fantasia. Lo lasciarono, cadde. Strisciò sul pavé deserto, bagnato di luci aranciate ai vapori di sodio. – Sai che c’è? – disse uno. Gli altri scambiarono un cenno istantaneo e ripresero a calciarlo lì com’era, strato di carne e ossa su strato di pietra cittadina storicamente levigata. Colpirono a casaccio e riuscirono, più o meno, a colpire tutto: dalla faccia agli stinchi, passando per quanto era disponibile di molle. Non urlava più, si udivano solo tonfi secchi, uno scuotersi di materiale interno, bolle di dolore che sgusciavano da una cavità all’altra. Si fermarono sudati. Quasi l’alba. Si ritirarono camminando lenti all’indietro, fissandolo. Il sorriso idiota. Poi dovettero andare. Ognuno con il malessere che sarebbe durato fino all’accensione completa del sole, fino alla saracinesca aperta del giorno. Un allarmato stupido sorriso, incancellabile in mezzo ai lineamenti sfatti, alla poltiglia umana.

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Amore disamore

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Le cose si disfano appena le tocchi sono come fogli lacerati nell’umido. Tu che ritorni e ogni fango riflette, ha pozze dentro e lastre di specchio contro il cielo. Non ti sei lacerata abbastanza, non hai aperto a sufficienza la porta, una scia di nervosi rami, così neri, e lo scorrere dei motori. Poi anche le case. Poche o molte, tutte sporche, coi muri unti di passato, le lamiere ondulate gloriose di ruggine, le recinzioni di rete metallica, spaccata. C’è umido e fango, e mangime per le galline, e poi ancora la terra. Che miracolo. L’ho vista. Campi distese di terra smangiata dalla nebbia. Rivoltata con ordine, righe all’infinito e grumi. Tanta terra, tutta sola, tutta nuda, chi la vede mai. Terra da mangiare, grassa, unta di animali. L’ho vista. Pareva scavata e rivoltata con le dita. Siamo così giganti. Ma nello sfilacciamento d’animo mi chiedevo perché non sono mai riuscita. A mettere in ordine le quattro monetine del mio sentire più profondo. Che forse era superficie. Forse terra che attendeva le sue dita, sapienti. Fanghiglia.

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