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Ostinazioni

Corsero in quattro, veloci e silenziosi. Lo afferrarono mentre ancora sorrideva. Quel suo sorriso allarmato e idiota, ma pertinace. Il primo lo colpì al ventre e il secondo alla testa, mentre gli altri tenevano gambe e braccia che saettavano a scatti in ogni direzione. Lui urlò, sbavò, e nella sbava mantenne il sorriso, la bocca che ballava il suo sdentato fragore. Poi si diedero il cambio: i primi due lo tennero fermo, e gli altri due lo colpirono al ventre e alla testa, pareva che mancassero di fantasia. Lo lasciarono, cadde. Strisciò sul pavé deserto, bagnato di luci aranciate ai vapori di sodio. – Sai che c’è? – disse uno. Gli altri scambiarono un cenno istantaneo e ripresero a calciarlo lì com’era, strato di carne e ossa su strato di pietra cittadina storicamente levigata. Colpirono a casaccio e riuscirono, più o meno, a colpire tutto: dalla faccia agli stinchi, passando per quanto era disponibile di molle. Non urlava più, si udivano solo tonfi secchi, uno scuotersi di materiale interno, bolle di dolore che sgusciavano da una cavità all’altra. Si fermarono sudati. Quasi l’alba. Si ritirarono camminando lenti all’indietro, fissandolo. Il sorriso idiota. Poi dovettero andare. Ognuno con il malessere che sarebbe durato fino all’accensione completa del sole, fino alla saracinesca aperta del giorno. Un allarmato stupido sorriso, incancellabile in mezzo ai lineamenti sfatti, alla poltiglia umana.