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Ostinazioni

Corsero in quattro, veloci e silenziosi. Lo afferrarono mentre ancora sorrideva. Quel suo sorriso allarmato e idiota, ma pertinace. Il primo lo colpì al ventre e il secondo alla testa, mentre gli altri tenevano gambe e braccia che saettavano a scatti in ogni direzione. Lui urlò, sbavò, e nella sbava mantenne il sorriso, la bocca che ballava il suo sdentato fragore. Poi si diedero il cambio: i primi due lo tennero fermo, e gli altri due lo colpirono al ventre e alla testa, pareva che mancassero di fantasia. Lo lasciarono, cadde. Strisciò sul pavé deserto, bagnato di luci aranciate ai vapori di sodio. – Sai che c’è? – disse uno. Gli altri scambiarono un cenno istantaneo e ripresero a calciarlo lì com’era, strato di carne e ossa su strato di pietra cittadina storicamente levigata. Colpirono a casaccio e riuscirono, più o meno, a colpire tutto: dalla faccia agli stinchi, passando per quanto era disponibile di molle. Non urlava più, si udivano solo tonfi secchi, uno scuotersi di materiale interno, bolle di dolore che sgusciavano da una cavità all’altra. Si fermarono sudati. Quasi l’alba. Si ritirarono camminando lenti all’indietro, fissandolo. Il sorriso idiota. Poi dovettero andare. Ognuno con il malessere che sarebbe durato fino all’accensione completa del sole, fino alla saracinesca aperta del giorno. Un allarmato stupido sorriso, incancellabile in mezzo ai lineamenti sfatti, alla poltiglia umana.

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Emotional snapshot #1

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Kiki Smith – disegno

 

Lei è a un passo dallo scoraggiarsi definitivamente. Quando parla con se stessa usa un tono conciliante, ma sostanzialmente scettico, paternalistico, un po’ deluso. Brevi voli, come con ali tozze, malformate. Salti. Salti. Salti. Singhiozzi. Scatti. Poi lunghi riposi.

Alcuni balli possono essere studiati anche senza uno specchio, anche senza altri, anche senza musica. Si sta in una stanza, si individua un paio di metri liberi, e si mette il corpo dentro un ballo che è stentato, inizialmente, tutto da costruire. Ci si vergogna un po’ di quei movimenti solitari. Solo con difficoltà, con incertezza, si comprende la libertà di quegli schiocchi, di quel battere delle mani secondo un ritmo celato, indovinato appena, estratto a fatica. I piedi percorrono schegge di strade, tornano, cambiano direzione, accelerando, rallentando, battendo qualcosa che sanno solo loro.

Infine si chiudono gli occhi e ci si lascia andare. Si beve se stessi, ci si ubriaca senza orgoglio, per necessità, per conquistata mitezza.

Lei talvolta si addormenta molto tardi e si risveglia molto presto, inutilmente. Non cambiamo una virgola all’inerzia del destino.
O forse non è vero.
O forse è vero.
Un passo di qua, un passo di là, un crescendo di ritmo.
Si balla in silenzio.

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Le parti oscure degli adulti

 

Gli adulti hanno quattro parti oscure, una davanti e una dietro, una a destra e una a sinistra. Le parti oscure si sviluppano lentamente e in alcuni possono variare le dimensioni, da quelle di poche spanne alle dimensioni di una montagna.

Gli adulti che hanno parti oscure grandi come una montagna risultano piuttosto ingombranti. Sarebbe bene buttarli, se si conoscesse un sistema per smaltirli.

La maggiore conseguenza delle parti oscure è l’incapacità – che può avere risvolti isterici – di accogliere rimproveri, critiche o giuste osservazioni su qualcosa di sbagliato che gli adulti in questione abbiano fatto. Si possono osservare le reazioni isteriche dovute a tale incapacità soprattutto nei seguenti luoghi:

– sulle strade, quando gli adulti conducono un’automobile;
– nei supermercati, quando gli adulti acquistano cibo, spingono carrelli e attendono il proprio turno per pagare;
– nei condomini, quando gli adulti dovrebbero rispettare l’altrui diritto alla quiete, ma preferiscono piuttosto oliare il proprio supposto diritto a fare quel cazzo che vogliono, perfino urlare o trapanare a mezzanotte;
– sui marciapiedi, sui sentieri di montagna, sulle spiagge, nei luoghi naturali ancora belli e puliti: le parti oscure costringono gli adulti a ritenere che dopo di loro ci sarà il diluvio, perciò dal mozzicone di sigaretta alla lattina di birra tutto può essere abbandonato sul terreno, perché tanto…

Nei sopraddetti luoghi, qualora si faccia rilevare – anche gentilmente – all’adulto fornito di zone oscure che il comportamento tenuto non è precisamente dei più corretti, si avrà modo di assistere all’esplosione della cosiddetta “SCIMMIA ISTERICA” che, memore delle umiliazioni e delle correzioni subite durante l’infanzia, si darà a strillare e minacciare e spaccare e spintonare pur di non considerare razionalmente e ragionevolmente il rilievo avuto.

Delle quattro parti oscure degli adulti la più pericolosa è quella che sta dietro perché, pensando di non averla, si muovono in modo tale da sbatacchiarla a destra e manca, fino a dartela sulle gambe. O a buttare giù qualunque cosa verticale si trovi nei paraggi.

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A chi ha sarà dato (Vangelo)

Non è che non ci provo. È che provandoci m’arresto, come sul limitare, perché la logica mi sfugge. Mi dico allora non c’è logica, accetta. Ma è questo atto dell’accettare che mi sembra, allora, racchiudere tutto, ma davvero tutto, del nostro esistere. E non mi può bastare.

Non ho spostato la cuccia del cane, dopo che è morto. Lo porto ancora a spasso, come quando all’angolo della strada mi compare la sagoma della villa in cui vivevo da bambina, e ci rientro. Ho pantofole ai piedi del letto, ma in quel letto ho smesso di dormire almeno vent’anni fa. E non è mai stato mio. Ho aperto la porta e me ne sono andata. La mia ombra risucchiata da una poltrona, e lì rimango a leggere, accendendo l’abat-jour, “Vent’anni dopo” di Dumas. Ho ancora la torcia che usavo per leggere sotto le lenzuola, ma non mi sta più in mano, è immateriale. Vivo entrando e uscendo da stanze e corridoio, con il fiato che improvviso s’apre sull’universo, una domenica di luglio, con il fiume placido che trascina verso uno splendido nulla complicato Lewis Carroll.

Vedi perché quando mi tocchi salto. Sono un interruttore. Niente di me è sostanza, sono solo attraversamento di correnti, sbocchi, confluenze.

Ho messo in ordine tanti piccoli dolori dentro scatoline. Non rivelo a nessuno che ce n’era uno grande enorme: l’ho fatto a pezzi con l’ascia, l’ho sminuzzato. E adesso, dopo averle riposte, dovrò pensare solo alla polvere. E anche questo non mi basta.

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Occorre essere molto forti per essere se stessi

Occorre essere molto forti per essere se stessi non c’è storia nelle pieghe dei dubbi solo monetine dimenticate scivolate fra la fodera e le intenzioni di un tempo, giacche e pantaloni dismessi.
Abiti appesi, in fila dentro gli armadi, e tutte le cose che abbiamo perso smarrito dimenticato, le scarpe nella scarpiera, il sale nella saliera, il sangue sui denti.
Armadi e cassetti, mensole e sportelli, fili di polvere che s’incamminano lungo i margini delle pareti, un lento vagare d’immobilità, un colpo, due colpi, un tambureggiare, un diaframma.
Nella casa sono i depositi, nelle stanze i cumuli di sale, le montagne.
Dentro le scarpe i passi, dentro i passi le andate.
Nei cassetti i tovaglioli, dentro i tovaglioli le labbra, dentro le labbra le parole, dentro le parole il silenzio che non ha pace.
Premi invio e s’alza il giorno. Arrotoli il telo delle menzogne e dietro c’è lo spettacolo. Tu sei lì che dirigi con l’archetto un’orchestra di suonatori. Ognuno si è dimenticato di te e sta cercando di ricordare, violini violoncelli trombe tromboni clarinetti bassotuba corno inglese piatti e c’è persino un triangolo d’ottone, che trilla ogni mattina alle 7.30, in questa sinfonia sgangherata che porta il tuo nome.

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image: http://blogs.mathworks.com/images/steve/2009/continental_divide_part_7_all_steps_01.jpg

Continental Divide

Mi rialzo da un sogno come un pugile suonato e sbattuto a terra. Ho combattuto tutta la notte con e contro il desiderio, è stata una lotta durissima, dolcissima, senza nessuna attinenza con la realtà, nessun appiglio in un altro mondo, tranne che in quello smisurato dei miei camminamenti segreti. Una faglia, una frattura tettonica mi divide. Sono due terre, due paesi, due universi. Uno è afflitto, l’altro in festa. Uno s’ammorbidisce in desiderio infinito, e gode di piaceri impensabili, fitti nell’anima; l’altro ha come dominio la distesa della realtà, con la sua polvere, la sua ottusa carne, la sua ottusa mente che in ogni istante non fa altro che elaborare menzogne…

 

Le mura di Trento - photo by E. R. Marino

Dubbi esistenziali?

Isolati dentro nuvole di lusso tutto quello che avevamo da dire lo abbiamo perso per strada per questo torno indietro più volte al giorno, in pensieri parole, opere omissioni, per la mia vita, la mia vita, la mia massima vita e tutto questo assume tinte che penso potrei modificare a mio piacere se solo trovassi il centro dei miei pensieri.

Oggi si diffonde una colonna sonora

Oggi si diffonde una colonna sonora con un andamento ritmico serrato e le voci dei negozianti e dei clienti che ciangottano sui prezzi del mondo sono irrilevanti e trascinate via da un rush di violini molto decisi ed estranei. È questo il bello, quando si può essere liberi, non lo dimenticare mai. È come una polla, dove sgorga acqua che ti disseta, ed è al centro del tuo petto, e tu sei il pellicano che ferendosi nutre se stesso, e più forte diventa, e più bello, più invisibile, più capace di sbattere le ali dentro il vento che pochi sentono. In fondo cosa conta? Siamo forse qui per qualcosa di sensato? Hai mai trovato un senso nell’essere qui? Rassicurati: è pura illusione.

Ma in fondo non è neppure detto che l’illusione…

Ma in fondo non è neppure detto che l’illusione non sia realtà. In fila per le compere esseri targati donna ed esseri targati bambino ed esseri targati uomo si dimenticano ogni cosa e si ricordano solo quello che è scritto sui foglietti della spesa: uno strofinaccio, un dixan, dei pomodori, le sottilette, una scatola di tonno, un mondo di marche.

Ricorderanno la marca migliore?

Se ne ricorderanno, in fin di vita, delle marche? Seguendo i sentieri indicati nel Libro Tibetano dei Morti, superando la soglia, ricorderanno la migliore marca di detersivo per la lavastoviglie? E se l’avranno dimenticata, troveranno mai il sentiero per rinascere, o comunque il biglietto per proseguire il viaggio in qualunque direzione? E se l’avranno dimenticata e spariranno nel nulla, sarà stata degna la sparizione nel nulla di quei neuroni così impregnati di dixan? Ne sarà valsa la pena?

Pathetic Fallancy

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Temere di aprire i coperchi, le pentole del giorno azzurre che rombano dentro i motori in allontanamento, guidare un’auto (devo andare di nuovo in Bondone e starci bene, ricucire le ferite, con una macchina che funziona e non si ferma, tranquillamente respirare il cielo), le onde passano e ripassano e cancellano, dalla superficie, granelli di sabbia infinitesimali, l’armonia può solo essere infinita, al di sopra del nostro piccolo sguardo, per questo occorre fidarsi. Perché noi non sappiamo né capiamo. E le nostre emozioni sono fallaci, creano malintesi, sono generate da false interpretazioni di pochi segni. Fraintendimenti.
Dovete dire che non è importante, questo dovete dire. Tracciare una linea con la massima accuratezza possibile, che stia lì a dire cosa abbiamo fatto in questo tempo, perché poi si tratta di proseguire, avanzare.
Giochi di bambini nei cortili mentre arriva un camion e con un elevatore da una finestra al secondo piano fanno scendere scatoloni di cartone chiusi con il nastro adesivo, scatoloni di varia grandezza, tutti pieni.
I bambini giocano urlando, le urla risuonano nel cortile e arrivano in strada, dove passano le automobili. Si sentono più i bambini delle automobili. Andare in trance. Cambiare stato mentale. Uscire dal dolore e dalla paura. Affidarsi, fidarsi, dilatare le percezioni, rinunciare alle emozioni superficiali. Emozioni più profonde sono la passione. La passione abbraccia tutto, crea il mondo.

Ritratto d'uomo #1

Elenchi costanti (ritratto d’uomo #1)

Ci sono cose che può accettare e cose che non può accettare. L’aver formulato nella mente questa frase già lo tranquillizza: se la ripeterà più e più volte durante tutto il giorno, fino a sera.

È il tipo d’uomo sempre preoccupato, sempre pensieroso. Anche quando si diverte o quando, come quasi tutti gli uomini, guarda una partita di calcio, mantiene invariabilmente una punta di pensierosità, come se si accorgesse di cose che nessun altro nota, e valutasse con costanza se sia il caso o meno di avvertire del dettaglio in questione il resto dell’umanità.

Ci sono cose che può accettare e cose che non può accettare.

Ma la preoccupazione maggiore consiste nel lento tracimare di ciò che non vuole – intimamente non vuole – all’interno della sua vita. Rumori, immondizia, puzza, stupidità. Lo affanna quotidianamente una lotta impari contro il serpeggiare di questi Quattro Grandi Mali. Talvolta dubita sia suo diritto combatterli, considerato quanto siano “normali” per le altre persone. Ma poi recupera l’antica idea di essere l’eroe di se stesso, testimone di tempi migliori, nei quali ciò che per lui ha valore morale ancora adesso, era allora di pubblica condivisione.

Così le cose che può accettare diventano sensibilmente meno, un numero limitato, e lui trascorre gran parte del suo tempo a perfezionarne l’elenco, aggiungendo dettagli immondi su dettagli immondi, rumori su rumori, odori su odori, comportamenti e frasi stupide a non finire. Il suo elenco comporta un lavorio costante, enciclopedico, ma il pensiero di essere impegnato in tal senso gli concede una sensazione riappacificante con il mondo, come se lui, per il fatto di essere in cammino verso una sorta di purezza, potesse sopportare una quantità maggiore di elementi negativi del vivere contemporaneo.

Solo così riesce a completare anche la lista delle cose che può accettare. Solo così può accettare qualcosa. Sapendo di aver preso posizione nel caos complessivo.

Ritratto d'uomo #1

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Fuori gioco

…un fiore calpestato

Lei cammina rapida guardando dove mette i piedi. Per terra ci sono fili d’erba, sassi, fango, croste di corteccia, mosaici di bastoncini accumulati come per un riflusso, tappi di bottiglia, mozziconi, qualche pacchetto accartocciato di sigarette, una penna, qualche foglia verde o giallastra, un fiore calpestato.

Il sentiero corre parallelo alla pista ciclabile, solo un po’ più in basso, più vicino al fiume. Nel fiume, oltre i cespugli e i lastroni di pietra, l’acqua increspa piccole onde semicircolari che sembrano andare in direzione opposta al flusso. Ipnotismi d’istanti, in un continuo farsi e disfarsi.

Lei suda abbondantemente, ma tutto consiste nel mantenere il passo. Ha dato un’occhiata al cielo, alla partenza: addensamenti lividi come ferite purulente, elettrici, verso nord-est, sopra i quartieri residenziali della città. E poi non ha più guardato, ha iniziato la sua marcia, lo sguardo fisso alla punta dei piedi e al terreno.

Suda, e le gocce sulla fronte la infastidiscono. Questa donna ora si trova nel parco sul quale si affaccia il balcone dell’appartamento di lui.
Non si tratta di volerci andare, si tratta di non avere altro luogo in cui camminare.
Con un braccio si asciuga il sudore, per un istante rallenta il passo. La maglietta appiccicata ai fianchi, le gambe che emanano calore muscolare, i piedi in fiamme. Rallenta e si ferma. Perché ha visto qualcosa di meraviglioso.

Adesso un immenso arcobaleno sovrasta i quartieri residenziali della città partendo, con l’appoggio della sua campata, dall’edificio in cui si trova l’appartamento di lui. Sullo sfondo la superficie livida del cielo appare ancora più livida.

Adesso un immenso arcobaleno sovrasta i quartieri residenziali della città

Questa donna non vuole guardare in quella direzione, perché sa di non avere più niente a che fare con quella direzione, con quell’appartamento, con quell’uomo.

Le sfumature biancastrate e bluastre, i peli in piccoli gorghi, il livido dell’amore, il corallo di alcune superfici, membrane, l’oscurità dei pertugi.

Questa donna sa che non deve, ma si è fermata e guarda insistentemente il balcone dove poggia una campata l’arco iridato che sovrasta la città. Un segno talmente palese, talmente strano, talmente esagerato. Un segno, questo è il punto. Al di fuori di ogni discorso fra di loro, di ogni situazione. Un segno di fuorigioco. Non è strano vedere un arcobaleno così grande che sembra nascere proprio da un balcone, da un preciso balcone, da quel balcone?

Eppure sta accadendo. La donna, sudata, è ferma sul sentiero mentre altri corridori la superano con uno strascico d’aria mossa e odorosa.

Voglio venire da te, e dirtelo. Al di fuori di tutti i nostri discorsi. Facciamo che non ci siamo mai parlati, mai amati, mai odiati, mai distrutti. Questo è al di fuori. Ho bisogno di farti vedere una cosa bella e strana che ti riguarda. Con totale estraneità ai fatti che ci riguardano. Ho bisogno di ridere con te di questa cosa, e tu non sarai tu, ma tutto ciò che potresti essere se io non ti conoscessi. Potresti essere un altro. Sarebbe bello incontrarti, conoscerti. Io non sarei io. Parleremmo dell’arcobaleno esageratamente grande che adesso sovrasta la parte residenziale della città e ha deciso di poggiare una colonna della sua campata sul tuo balcone…

Non saresti tu, non sarei io.

Potrebbe non essere accaduto nulla.

La donna ha freddo. Il sudore si è rappreso all’aria, e la maglietta bagnata le dà qualche brivido. Si è alzato il vento nervoso e discontinuo del temporale, pregno di odore di elettricità e saltuarie, sgarbate gocce di pioggia.

Questa donna si volta, abbassa lo sguardo sui suoi piedi e passo dopo passo riprende il ritmo. Bastoncini, tappi, foglie, fango, fiori calpestati, erba, croste di corteccia, sassi.

Albero con grande, immenso tronco che sembra collassato, come bozzoli di grasso. Fronde che adesso si scuotono con nervosismo. Passo, passo, passo. Erba, fango, sassi, tappi, cicche, un pezzo di carta, un vecchio tappeto lurido piegato e abbandonato sotto un albero. Gambe che mi superano correndo. Cane. Gambe del padrone del cane. Lattina vuota, carta di gelato. Bastoncini a mosaico sul sentiero, come riflussi, gorghi, ondate abbandonate.

 

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