Ombre e sonni

Vermiglio - foto © 2015 Elena R. Marino

Vermiglio – foto © 2015 Elena R. Marino

Un uomo dorme appoggiato a una transenna, nel centro di una piazza.
Un uomo dorme sulla panchina dei giardini. Ma dopo l’ultimo intervento comunale le panchine sono state divise in due metà con un bracciolo in mezzo, perciò l’uomo dorme con il bacino sollevato, come un verme pronto a darsi la spinta per avanzare.
Un uomo dorme su un tavolino in un bar, la testa appoggiata sull’avambraccio, un bicchiere di birra accanto al braccio, un giornale spiegazzato perché letto da tutti sotto la guancia.
Un uomo dorme in piedi appoggiato alla parete di una vecchia casa. A guardarlo bene il muro è storto, perfettamente adatto ad appoggiarcisi sopra.
Un uomo dorme in autobus. È la terza volta che fa l’intero percorso.
Un uomo dorme con gli occhi aperti, fissa una signora che sta apponendo una firma, si trovano in banca.

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Ostinazioni

Corsero in quattro, veloci e silenziosi. Lo afferrarono mentre ancora sorrideva. Quel suo sorriso allarmato e idiota, ma pertinace. Il primo lo colpì al ventre e il secondo alla testa, mentre gli altri tenevano gambe e braccia che saettavano a scatti in ogni direzione. Lui urlò, sbavò, e nella sbava mantenne il sorriso, la bocca che ballava il suo sdentato fragore. Poi si diedero il cambio: i primi due lo tennero fermo, e gli altri due lo colpirono al ventre e alla testa, pareva che mancassero di fantasia. Lo lasciarono, cadde. Strisciò sul pavé deserto, bagnato di luci aranciate ai vapori di sodio. – Sai che c’è? – disse uno. Gli altri scambiarono un cenno istantaneo e ripresero a calciarlo lì com’era, strato di carne e ossa su strato di pietra cittadina storicamente levigata. Colpirono a casaccio e riuscirono, più o meno, a colpire tutto: dalla faccia agli stinchi, passando per quanto era disponibile di molle. Non urlava più, si udivano solo tonfi secchi, uno scuotersi di materiale interno, bolle di dolore che sgusciavano da una cavità all’altra. Si fermarono sudati. Quasi l’alba. Si ritirarono camminando lenti all’indietro, fissandolo. Il sorriso idiota. Poi dovettero andare. Ognuno con il malessere che sarebbe durato fino all’accensione completa del sole, fino alla saracinesca aperta del giorno. Un allarmato stupido sorriso, incancellabile in mezzo ai lineamenti sfatti, alla poltiglia umana.

Le parti oscure degli adulti

 

Gli adulti hanno quattro parti oscure, una davanti e una dietro, una a destra e una a sinistra. Le parti oscure si sviluppano lentamente e in alcuni possono variare le dimensioni, da quelle di poche spanne alle dimensioni di una montagna.

Gli adulti che hanno parti oscure grandi come una montagna risultano piuttosto ingombranti. Sarebbe bene buttarli, se si conoscesse un sistema per smaltirli.

La maggiore conseguenza delle parti oscure è l’incapacità – che può avere risvolti isterici – di accogliere rimproveri, critiche o giuste osservazioni su qualcosa di sbagliato che gli adulti in questione abbiano fatto. Si possono osservare le reazioni isteriche dovute a tale incapacità soprattutto nei seguenti luoghi:

– sulle strade, quando gli adulti conducono un’automobile;
– nei supermercati, quando gli adulti acquistano cibo, spingono carrelli e attendono il proprio turno per pagare;
– nei condomini, quando gli adulti dovrebbero rispettare l’altrui diritto alla quiete, ma preferiscono piuttosto oliare il proprio supposto diritto a fare quel cazzo che vogliono, perfino urlare o trapanare a mezzanotte;
– sui marciapiedi, sui sentieri di montagna, sulle spiagge, nei luoghi naturali ancora belli e puliti: le parti oscure costringono gli adulti a ritenere che dopo di loro ci sarà il diluvio, perciò dal mozzicone di sigaretta alla lattina di birra tutto può essere abbandonato sul terreno, perché tanto…

Nei sopraddetti luoghi, qualora si faccia rilevare – anche gentilmente – all’adulto fornito di zone oscure che il comportamento tenuto non è precisamente dei più corretti, si avrà modo di assistere all’esplosione della cosiddetta “SCIMMIA ISTERICA” che, memore delle umiliazioni e delle correzioni subite durante l’infanzia, si darà a strillare e minacciare e spaccare e spintonare pur di non considerare razionalmente e ragionevolmente il rilievo avuto.

Delle quattro parti oscure degli adulti la più pericolosa è quella che sta dietro perché, pensando di non averla, si muovono in modo tale da sbatacchiarla a destra e manca, fino a dartela sulle gambe. O a buttare giù qualunque cosa verticale si trovi nei paraggi.

A chi ha sarà dato (Vangelo)

Non è che non ci provo. È che provandoci m’arresto, come sul limitare, perché la logica mi sfugge. Mi dico allora non c’è logica, accetta. Ma è questo atto dell’accettare che mi sembra, allora, racchiudere tutto, ma davvero tutto, del nostro esistere. E non mi può bastare.

Non ho spostato la cuccia del cane, dopo che è morto. Lo porto ancora a spasso, come quando all’angolo della strada mi compare la sagoma della villa in cui vivevo da bambina, e ci rientro. Ho pantofole ai piedi del letto, ma in quel letto ho smesso di dormire almeno vent’anni fa. E non è mai stato mio. Ho aperto la porta e me ne sono andata. La mia ombra risucchiata da una poltrona, e lì rimango a leggere, accendendo l’abat-jour, “Vent’anni dopo” di Dumas. Ho ancora la torcia che usavo per leggere sotto le lenzuola, ma non mi sta più in mano, è immateriale. Vivo entrando e uscendo da stanze e corridoio, con il fiato che improvviso s’apre sull’universo, una domenica di luglio, con il fiume placido che trascina verso uno splendido nulla complicato Lewis Carroll.

Vedi perché quando mi tocchi salto. Sono un interruttore. Niente di me è sostanza, sono solo attraversamento di correnti, sbocchi, confluenze.

Ho messo in ordine tanti piccoli dolori dentro scatoline. Non rivelo a nessuno che ce n’era uno grande enorme: l’ho fatto a pezzi con l’ascia, l’ho sminuzzato. E adesso, dopo averle riposte, dovrò pensare solo alla polvere. E anche questo non mi basta.